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Buckaroo Country.

BUCKAROO COUNTRY di Drew Mischianti

– Cronache dalla fine del mondo –

Spazio e vento. Polvere e terra tra i denti. Rocce e artemisia. Bestiame al pascolo. Paeselli striminziti. Una lattina di coors lite che rotola sull’asfalto. Cani sui pianali dei pick-up. Ancora vento e montagne dietro al deserto. Gia’, il deserto. Il Deserto Alto, come lo chiamano qui. Un coso enorme a circa duemila metri d’altezza e largo milioni di ettari. E poi, dicevo, montagne e canyons e branchi di cervi mulo e di antilopi che se ne vanno in giro. Fattorie tirate su con quattro pezzi di legno e dieci sassi. Strade sterrate lunghe e capricciose, che non portano da nessuna parte e sono piene di buche. Serpenti a sonagli. Muggiti di tori grossi e neri. Un cielo enorme, distante, che ti fa credere essere abitato da Dio.

Punte di frecce indiane incastrate nelle radici dei cespugli. Pietre rosse, impronte di puma nella sabbia vicino al torrente. Cavalli forti, robusti, infaticabili. E soprattutto, uomini.

Pochi. Sparsi come una manciata di dadi buttati a casaccio sull’immensa ,ruvida terra del Great Basin.

Li chiamano Buckaroos.

Sono strani. Sembrano scappati fuori da una di quelle vecchie foto di Huffman o scivolati giu’ da un acquarello di Russell.

Dovreste vederli, con i loro scarf di seta colorata intorno al collo,i baffi lunghi e lisci di pomata, i cappelli piatti, larghi e bassi come automobili truccate e quei gilet scuri, macchiati di sudore e gli stivali alti fino al ginocchio e gli speroni d’argento…Buckaroos, è tutta la vita che tento di assomigliargli.

Vengo spesso qui.

Cavalli, pianure sterminate, niente Tv, niente cartelli pubblicitari, niente di niente, soltanto tutto lo spazio che serve a rendere un uomo libero e selvatico .

Questa è la mia religione, il Nevada, la mia chiesa.

Oggi abbiamo radunato seicento capi. Eravamo giu’, dal vecchio Steve.

Proprio oltre il Salmon Creek, dove la strada inizia a scendere verso Wells e China Mountain te la trovi sulla sinistra. Be’ insomma laggiu’.

Abbiamo sellato e siamo andati sull’altopiano. Le vedevi tutte li’, nere come foche, lucide come caramelle. Black Angus. Tutte uguali. Una bellezza.

Una bellezza se sei un mandriano, ovviamente.

Comunque erano proprio una bellezza. Abbiamo prima spostato la remuda di Steve con lo stallone e il resto fino dietro le colline e c’è stato da galoppare davvero e il mio buckskin si è messo a sgroppare ed e’ stato divertente. Soprattutto perche’ sono rimasto su.

Era solo un po’carico il ragazzo. Le ferite dell’attacco dei lupi dello scorso inverno sono guarite bene. Ora ha due grosse cicatrici sulle gambe e una faccia da chi puo’ raccontarla.

Ma è un buon cavallo. Bravo con la mandria e svelto sul sentiero. Gli voglio bene, e lui lo sa.

La mattina quando all’alba lo vado a cercare oltre il piccolo fiume che scorre pigro nelle pieghe del ranch, lo trovo sempre un po’ discosto dal resto del branco. E’uno di quelli che si fanno gli affari propri. Gli piace stare li nel pascolo. Non parla molto quando lo sello, ma lancia sempre lunghe occhiate. Gli voglio proprio bene e non c’è bisogno che sia mio.

Adesso sono sulla sua schiena dritta e muscolosa. Mi porta in giro questo amico qua. In giro in mezzo a questo niente strepitoso e disabitato.

Photoestrada(c)

Respiro l’orizzonte. Non c’è nulla tra noi e la fine del mondo. Nulla tranne questo vuoto gigante che sazia la mia fame di liberta’.

Dio, quanto posso amare questo posto.

E’ un peccato che non abbiate sentito i coyotes ieri notte. Ululavano forte. Chissa’ cosa cavolo dicevano, pero’ la loro stramba musica era un concerto di quelli buoni davvero.

Niente che possa essere suonato in un auditorium, che qui, non ne abbiamo bisogno, visto che le pareti di roccia creano un’ acuatica perfetta. Ma se come me, ve ne state in silenzio, di notte, accanto al fuoco che si spegne zitto, e dal canyon che non vedete, ma conoscete bene, iniziate a sentire quella cosa selvatica che parte a cantare brutta e strana ma poi comunque bella…be’ insomma è difficile raccontarvi questa cosa qui. Come faccio a spiegarvi la musica dei coyotes… Ma vi sareste sentiti bene dentro la vostra vecchia giacca di tela col cappello sugli occhi e le gambe stanche di sella dritte verso la brace del bivacco.

Io lo so e lo sapete anche voi che è cosi’.

Siamo nati per queste cose e so che nessuno di noi puo’ farci niente e, anche se potesse, non lo farebbe comunque.

Che a noi tutti le arene, i recinti ed i maneggi coperti ci danno un po’ noia. Io poi sto scomodo anche a casa.

Se potete chiamare casa la mia roulotte,o la mia tenda.

Comunque sto ancora sulla schiena del tipo che trotta ora, e andiamo verso le montagne. Sono piene di glassa sulla punta. So che è neve ma pare proprio zucchero glassato.

Il mondo è grigio d’artemisia, rosso di roccia e nero del fondoschiena di seicento angus che saltellano con le loro poppe dondolanti ed i vitelli dietro, verso i pascoli estivi.

Con gli altri mandriani ci scambiamo dei segni, ci lanciamo fischi a vicenda. C’è un gruppetto di cagnacci da vacche, amici miei anche quelli, a parte le lattine di Coors abbiamo proprio gli stessi gusti. La campagna, il bestiame, polvere, fango e finire il lavoro.

Forse in un’altra vita sono stato un cane. Forse un cavallo, spero proprio non un uomo un’altra volta.

Mi piacerebbe rinascere roccia, tanto per riprendere fiato, ma sarei di quelle che rotolano a valle, visto che fermo, proprio non ci so stare.

Be’continuiamo ad andare e poi eccoci quassu’.

Quassu’ è un posto che assomiglia piu’ o meno alla mia idea di paradiso.

Incredibile. Qui ci portano in vacanza le vacche…forse sono stato una vacca, chissa’.

C’è un falco grosso come un agnello su in cielo. Non fa che volare quello li’. Gira su e giu’ sembra sapere il fatto suo.

Secondo me è un tipo simpatico anche lui. Comunque fa parte del tutto.

Tutto questo. Questo niente enorme. Questo mondo selvaggio. Questo pensiero di eternita’.

Torniamo tutti indietro. Al passo, sereni e stanchi e anche un po’ felici.

Attraversiamo una vallata sterminata, vuota, libera. E questo ci contagia e ci fa sentire sterminati, vuoti e liberi. E vorrei vedere.

Alla fine è tutto qui essere un buckaroo. Nomadi della propria stessa vita, in fuga dal progresso.

Grandi spazi, buoni cavalli, cani tra i piedi, mandrie al pascolo e andare in giro con i piedi nelle staffe. Nomadi della propria stessa vita, in fuga dal progresso.

Io continuo a parlare con voi, ma intanto siamo arrivati al ranch di Steve. La moglie ha preparato un pranzo, western style nel giardino. Che strano, oltre il giardino c’è il deserto e nessun dannato vicino a sbirciare dalla finestra.

Ci sdraiamo sull’erba ,i nostri cavalli con le selle lente aspettano pazienti all’ombra dei cottonwoods. Un bicchiere di limonata ghiacciata e un hamburger. Il sole sulla faccia.

Tiriamo il fiato. Scherziamo tra noi e sembriamo tutti un po’scemi e stanchi.

Mi alzo e vado verso lo steccato.

Appoggio i miei gomiti sulla tavola di legno bianca. Mi sento come un marinaio affacciato sull’ oceano, in bilico, dalla ringhiera della sua barca.

Posso vedere un branco di cavalli, da qui sono minuscoli, ma li riconosco, eccoli laggiu’. Vedo le criniere e le code muoversi nel vento secco, come fossero bandiere strappate.

Il sapore dell’artemisia si attacca sulla mia pelle, sembra una preghiera profumata, è strana e mi piace da matti.

So che adesso pensate che inizio a fare il poeta. Ma non è cosi’.

Non è questione di poesia. Quaggiu’ in questo vuoto ci vedi tutto o non ci vedi niente.

E’ semplice, mica è roba da poeti.

Soltanto oggi, se ti fermi a pensare un attimo e a contemplare il mondo ti prendono per matto, PATETICO o cretino, e per essere gentili ti chiamano poeta.

Comunque, chiamatemi come volete ma se anche uno solo di voi fosse qui con me adesso, non avrebbe dubbi.

Anche perche’ se fosse qui con me, vorrebbe dire che ci è venuto apposta. Questo non è un posto che ci capiti.

E’ venuto il momento di salutarvi, dobbiamo tornare a casa e questi giorni casa è lassu’, dietro alla mesa di roccia rossa che si vede appena sulla linea dell’orizzonte.

Torneremo trottando. Dritti in sella. Fieri.

I buckaroos sono gente aristocratica. Hanno codici etici, tecniche equestri, manie da elegantoni e ci tengono ad essere i pronipoti dei mitici vaqueros. Io cerco di stargli dietro, a modo mio.

Comunque vi saluto.

Gia’vedo gli altri stringere le cinghie.

Un ultima cosa, non date retta a nessuno.

Non è vero che per essere felici servono tutte quelle robe li.

Bastano un buon cavallo e un po’di spazio.

Vostro, Drew.

Alpitrek News

Il 23 maggio presso il centro di equitazione alpina sperimentale di Giaveno (To), si terrà uno stage sul trekking a cavallo,

La mattina sarà dedicata alla teoria,
Nel pomeriggio si terranno sessioni teorico -pratiche,
La sera vicino al fuoco di bivacco si potranno sentire racconti e vedere filmati d’avventura.
Lo stage è aperto a tutti, soprattutto a quelli che vogliono avvicinarsi all’idea del trekking per la prima volta
Le sessioni saranno tenute dai quadri alpitrek profondi conoscitori del settore, in particolare da paola giacomini che ha passato gli Ultimi due suoi anni accompagnando turisti e pellegrini sui sentieri d’Europa senza praticamente mai scendere di sella e da Arianna Corradi reduce da un viaggio che l’ha portata a Canterbury
Il costo dello stage è di 60€, il vitto è a carico dei partecipanti , ovviamente nell’autentico spirito del trekking è possibile far colazione al sacco presso l’Alpitrek e per quelle persone che arrivano da luoghi lontani pernottare nel nostro campo sotto tenda o nei fienili
Per chi volesse sarà anche possibile fare un’uscita a cavallo nelle prime ore della domenica successiva
Per informazioni e prenotazioni Luca Zignin ( dopo le 18) 348/8613530 o Mauro  011/9376917
Photoestrada(c)

Ranch Academy’ Horses.

 

Jaquima to Freno. Perchè DA NOI le Buckaroo traditions NON sono soltanto una moda…

Jaquima to Freno. Since here the Buckaroo traditions are NOT a fashion statement….


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