Il Principe dei Buckaroos ( da Cowboy’s Magazine , marzo 2010)


MIKE SMIT. Il Principe dei Buckaroos.

Testo Andrea Mischianti –Fotografie, Natalia Estrada. Testo & Photo ALL RIGHT RESERVED

C’è un vecchio granaio laggiù.

Uno di quelli fatto ancora di tronchi grezzi, con le travi grosse in alto e le mangiatoie di legno, lucidate dalle labbra dei cavalli. Ragnatele fitte come tessuto agli angoli bui delle pareti e paglia e terra sul pavimento. Vecchi ferri appoggiati su un palo messo di traverso . Odore di cuoio, odore di cavallo, fuori il vento spazza la pianura d’artemisia e penetra nelle fessure ed emette un gemito strano che fa cigolare le assi vecchie di cent’anni o piu’. Mi piace quel granaio, ci sono affezionato, come qualsiasi cosa in quel pezzo di mondo, ogni filo derba e tutte le foglie di cottonwood che si staccano da quegli alberi giganti, dove sotto ci pascolano le antilopi. Le guardo quelle foglie , volano, vivono nel vento come i pensieri sospesi nella mia speranza.

Rimango un po’ fermo a guardare questo posto. Tra le mani ho due corde, ognuna conduce ad una vecchia cavezza sfilacciata. Due cavalli mi stanno a guardare. Hanno ancora il vento nelle criniere e negli occhi. Sbuffano un po’, come due soldati che iniziano il loro turno di guardia. Uno è un grosso mustang pezzato. Ha un occhio azzurro e la faccia da spaccone. Si chiama Frank Sinatra. L’altro un baio un po’ strano e annoiato, non credo che qualcuno si sia mai dato la pena di chiamarlo per nome. Formiamo un trio che è tutto un programma…mi verrebbe da dirgli, “ ok va bene , ho capito , andiamo a farci una birra a Fields..” , invece inizio a sellare.

Sono due tipi un pò selvatici e devo fare attenzione. Passano un bel po’ di tempo sul pascolo e fanno i bulli al chiuso, l’idea di essere legati non gli va molto a genio.

Fuori il vento continua ad andare. Piega i cespugli che si ripetono nel persempre di questa terra enorme ed alza sbuffi di sabbia giù verso il deserto perfetto.

In silenzio con quella specie di mezza smorfia sulla sua faccia di cuoio arriva Mike. Proprio lui. Il mio vecchio , saggio amico con gli occhiali da sole incollati sotto la tesa del suo cappello nero, scolpito dalla pioggia e dalle intemperie di questo territorio selvaggio.

Mi sorride Mike, e quando lo fa mi si apre il cuore.

Mike è un uomo d’altri tempi, un gentiluomo, un grande vaquero, un filosofo, un monumento.

Natalia lo conosce da due giorni ed è d’accordo con me. Gestisce un gigantesco ranch con le sue mani, il suo zen ed un manipolo di arditi buckaroos che lo venerano come fosse un condottiero. Mike non se ne accorge neppure. Le sue parole sono sempre soffici, misurate, giuste. I suoi modi eleganti, stilosi, gentili. Possiede il raro dono di avere l’autorità priva della spocchia. Un principe. Ecco, se dovessimo definire Mike lo potremmo raccontare così, il principe dei Buckaroos.

Lui si metterebbe a ridere se lo sapesse e lo saprà , quando leggerà queste righe.

Ma è così. Chiunque lo conosca sa che non esagero. Mike è un esempio, un punto cardinale, una leggenda, un’icona da tenere sempre a mente.

Lui vive laggiù , sul confine strappato della Frontiera, felice di vivere in un luogo dove il vicino più vicino è a sessanta miglia, mai sazio di orizzonti, mai stanco del lungo trottare dietro al bestiame. La sua è una vocazone, non un mestiere.

L’ombra delle montagne si allunga verso valle. Sembra la mano di un gigante che viene a prenderci. Noi però abbiamo i cavalli e il deserto. Andiamo lungo la striscia di morbida luce d’oro che qualcuno ha disegnato in fondo, proprio lì ai piedi delle colline.

Mike monta un roano dall’aria stupita. Tiene le redini in una mano sola e l’altro braccio attaccato al collo. Se lo è spezzato per dare una mano ad una dannata vacca che stava partorendo. Trottiamo fino a diventare una sola cosa con i nostri cavalli. Non stiamo andando, diventiamo l’andare.

Poi eccoci. Il deserto piatto e lucido. Mi fa venire in mente la luna, anche se lassù ancora non ci sono stato e non ho intenzione di finirci. Però è una bella imitazione di luna questo posto.

Mike mi dice che qui i coyotes filano a squadre nella stagione dei vitelli e dei puledri ed è una vera guerra fare in modo che non scambino il ranch per un ristorante. Gli chiedo dei Puma. I leoni di montagna.

“Uno si è mangiato il mio gatto. E’ saltato dentro al giardino e gnam! Lo ha ingoiato come un cioccolatino. Poi un giorno mia moglie lo ha trovato sdraiato sotto al portico…”

“ Chi” faccio io “ il gatto o il puma? “ ….

Mike mi guarda e sorride…”il gatto quello grosso…se ne stava li’, giallo nella luce del tramonto, tranquillo al punto che Tracy quasi ci va a sbattere contro…”

Mike guarda in fondo alla linea del persempre e mi indica un branco di cervi.

“Oh si, li vedo…ma poi , Mike, come è finita?”

Si volta a guardarmi, gli si apre in due la faccia col suo sorriso tipico “ Bè” dice lui ” è finita che Tracy si è messa a strillare ed io sono uscito dal granaio, ma non avevo il fucile. Il puma ha iniziato a pensare di mangiarsi il cane, sai quel piccolo demonio che ci ha regalato Charlie…bè insomma , quello lì. Allora Tracy va su tutte le furie, prende una scopa ed inizia ad inseguire il leone che insegue il cagnetto…”

“ E tu cosa hai fatto? ” chiedo io.

“ …Oh Drew , cosa ho fatto io?” inizia a ridere ” … non ho fatto niente , ma non mi sono perduto una mossa, sembrava una comica degli anni venti…fosse stata in bianco e nero , sarebbe stata proprio una comica…”

Sorrido pensando a quanto poco comico possa essere trovarsi un puma sotto il portico di casa ma faccio finta di niente, mentre Mike continua a ridere dicendomi “ ..avresti dovuto vederlo con i tuoi occhi…”

Ringrazio dell’ invito e mi accontento del racconto, un puma l’ho già incontrato una volta da queste parti e l’esperienza mi è bastata per un pezzo.

Mentre Mike se la ride , giriamo i cavalli e torniamo indietro.

Il ranch è un piccolo puntino bianco ai piedi di una gigantesca montagna con la testa piena di neve. Intorno a noi il West poderoso ed epico mette in scena un altro capolavoro di colori, profumi , sensazioni.

Devo avere una smorfia compiaciuta mentre trotto accanto a Mike. Lui si volta e mi fa “ Drew ti piace sempre un sacco questo posto eh? “

Lo guardo’ sorrido e dico “ puoi scommetterci amico mio ”…

Mi rendo conto che Mike ed io parliamo come Tex e Carson ma non posso farci niente, così è.

E’ passato un anno come un battito d’occhio. Ora quei cavalli saranno nel pascolo e Mike, a quest’ora sarà seduto sotto al portico a guardare i grandi cottonwoods, le antilopi e quel cielo colorato che è meglio di un milione di maledette televisioni. Avrà forse un bicchiere di vino rosso in mano. Uno solo, che Mike non beve quasi niente, i suoi occhiali da sole, il cappello nero, la sua solita camicia rossa che lo fa assomigliare ad un garibaldino e la sua faccia da Mike e noi non la smettiamo di mandargli un pensiero e un sorriso.

L’altro giorno l’ho chiamato e gli ho detto che voglio tornare a trovarlo…

“Vieni quando vuoi Drew, tanto io non vado da nessuna parte…”

E chi potrebbe dargli torto ad uno come lui che vive dentro quella bellezza spudorata, selvaggia…unica.

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